Alceste

Alceste

Titolo: Alceste

Luogo: Venezia (Teatro La Fenice)
Anno: 2015
Musica: Christoph Willibald Gluck
Libretto: Ranieri De’ Calzabigi
Direttore: Guillaume Tourniaire
Regia, scene e costumi: Pier Luigi Pizzi

Assai ben concepito il light design di Vincenzo Raponi, teso a conferire ulteriore tridimensionalità alle scene.

Nel segno del più squisito classicismo la prima rappresentazione veneziana. Tutto è misurato e quasi sembra aleggiare un velo candido a coprire e proteggere l’intero spettacolo che si propone così intimo e delicato sotto ogni punto di vista. Il bianco delle elegantissime scene, il candore dei costumi leggiadri dall’effetto quasi marmoreo, le movenze appena accennate, se non addirittura statuarie dei protagonisti, la compitezza del coro che non compie mai un gesto di troppo: tutto nella percezione del regista conferisce una misurata sacralità di chiaro rimando alle vicende sono qui esposte in modo funzionale rendendo giustizia sia al libretto che alla musica del compositore. Le luci di Vincenzo Raponi aiutano a sottolineare quanto espresso nello spettacolo.

Maria Teresa Giovagnoli – Mtglirica

Alceste richiama alla pulizia formale e all’essenzialità dei contenuti. Pizzi schematizza la scena su uno sfondo di tre grandi riquadri, di cui uno ad arco, che cambia posizione nei tre atti. Solo quattro i colori che animano la tragedia, grigio, bianco, nero, giallo (un drappo); un albero con teschi appesi per il bosco sacro agli dei degli inferi; un letto matrimoniale per la camera regale. La scena spoglia, pressoché fissa, rinuncia a effetti tecnici, i movimenti dei personaggi vengono ricondotti a geometrie di linee, cerchi e angoli, i costumi sono elegantissime vesti bianche e nere. Non è una “moda” generica, ma una linea interpretativa attinente al manifesto di Gluck, quanto basta non solo per far capire, ma per sublimare nella semplicità la nobiltà degli eventi. Con grande finezza e sottigliezza Pizzi sa infrangere ogni staticità dell’opera seria, mostrandoci ed esaltando i sentimenti nella loro pura nudità.

Mirko Schipilliti – Il mattino di Padova

Pier Luigi Pizzi prende alla lettera sia Calzabigi, ancora di più Gluck e costruisce un’azione drammatica che riecheggia la scansione ritmica della tragedia greca. Scene sobrie, neoclassiche, che adombrano, forse non a caso, il neoclassicismo del Palazzo della Civiltà Italiana di Roma all’EUR. Sobri, con ampi panneggi, i costumi. Conturbante quella sorta di Golgota pagano immaginato per il Bosco delle Eumenidi.
Il pubblico si lascia commuovere e applaude tutti con calore. Da non perdere.

O. Villatico – La Repubblica

Pier Luigi Pizzi, che firma come sempre l’allestimento nella sua interezza, coglie perfettamente l’essenza dell’opera e la rende alla scena sotto forma di omaggio al Neoclassicismo. Il bianco predomina nelle scene, dando vita con pochi elementi architettonici ad uno spazio fisico che diviene luogo della mente, astratto e straniante. I richiami alle grandi tombe di Canova, prima ancora che ai grandi bassorilievi dei sarcofagi neoattici, sono evidenti nella disposizione del coro in lunghe teorie o in gruppi nei quali il movimento appare fluido ed al contempo cristallizzato. Gli spazi si arricchiscono di pochi particolari che via via li caratterizzano: una statua di Apollo, due cipressi argentei e spogli, un letto.
Anche i protagonisti divengono a loro volta gruppi scultorei nel loro abbracciarsi lieve e nelle pose dolenti.
Belli i costumi, nei quali il bianco si unisce al nero: himatia vaporosi per Ismene e le donne, chitoni per gli uomini ed il peplo per Alceste.
Assai ben concepito il light design di Vincenzo Raponi, teso a conferire ulteriore tridimensionalità alle scene.

Alessandro Cammarano – Operaclick

Probabilmente quello di ieri sera è stato uno degli spettacoli migliori di Pizzi, il quale piega la staticità di fondo della vicenda alla sua visione di teatro lirico, immergendola in uno spazio neoclassico di grande suggestione e pulizia formale. Il bianco e il nero sono i colori dominanti nell’imponente scenografia e degli eleganti costumi.
Pochi altri elementi stilizzati e una statua di Apollo sono sufficienti a completare la messinscena, che grazie a un gioco di luci semplice e raffinato allo stesso tempo acquisisce bella profondità ed equilibrio cromatico.

 Pubblicato su Amfortas

Anche stavolta la scelta è caduta sulla partitura originale, e nuovamente Pizzi l’ha firmata per intero – regia, scene e costumi di questo superbo spettacolo sono tutti suoi – realizzando un lavoro assolutamente lodevole. Lunghe vesti candide per tutti, grigie invece per le divinità dell’Ade, e nere di lutto – ma solo alla fine – per Alceste ed Ismene. Un alto frontone dai tre fornici, richiamante il proscenio del teatro classico, viene offerto come monumentale sfondo fisso – salvo lo scorrere al suo interno di grandi ante mobili – che con poche aggiunte di volta in volta muta significato: dapprima è l’esterno della reggia, nella scena del tempio ospita una grande statua di Apollo, in quella della selva “sacra agli dei infernali” tetri alberi carichi di teschi, e nel terzo atto – l’interno del ‘real palazzo’ – un grande talamo al centro, sotto un grande panneggio dorato, che diviene infine il feretro della protagonista. Le luci di Vincenzo Raponi, quasi tutte frontali, calano sulla vicenda gelide atmosfere di morte; dal canto suo la regia di Pizzi si muove con estrema compostezza, in un procedere aulico e severo, rileggendo insieme a noi l’immortale mito che sta alla base di questo intensissimo dramma sull’amore coniugale.

Gilberto Mion – Teatro.it

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